MEMORIE DI VIAGGIO: Crociera studio "Oceano Mare di Baricco"(Mar Rosso 2009)
L'attesa di un mare cristallino e con tanti pesciolini colorati. L'attesa di una vacanza diversa, con un'esperienza il teatro sul mare _ davvero fuori dal comune. Anche qualche timore. Come saranno i compagni di viaggio? Quanto caldo sarà il vento che soffia sulle dune incandescenti del deserto prima di arrivare a lambire il mare? E poi, per me che non ho dimestichezza con le faune marine, un po' di ansia sui 'pericoli' del mare. Incontreremo gli squali?
A Malpensa abbiamo appuntamento con gli altri. Noi quattro fiorentini _ rimarremo per tutta la settimana 'i fiorentini' cominciamo subito con l'ansia del ritardo. Siamo scesi dalla navetta al terminal sbagliato. Nessuno di noi aveva letto con attenzione le istruzioni di Marco. Persio corre come un matto e ferma al volo un taxi. Io dietro, cercando di mantenere il contatto con gli altri due.
Cazzo, già spariti! Siamo un po' stranulati e stressati per il sonno, e Corinna ha anche un po' di paura di volare... Al check-in c'è una coda esagerata. Comincio a telefonare alla prima della lista dei partecipanti che Marco ci ha fornito diligentemente, con i cellulari di tutti. E' Letizia, anche lei
in coda, come gli altri del resto. Si riprende il respiro, forse il volo non lo perdiamo.
Una signora bionda dai modi eleganti accenna un sorriso mentre saliamo nel bus che ci porta alla scaletta dell'aereo. Sarebbe carino che fosse una del gruppo, penso. E infatti è così, è Anna. Sarà un punto di riferimento di equilibrio e sobrietà per tutto il viaggio. Rapidamente in aereo si localizzano
i compagni di viaggio. Età variabile, in un range in cui ci sono dentro; mi tranquillizzo. Una di loro ha già fatto la crociera l'anno scorso e ci RITORNA!!! Non solo ci ritorna, questa volta raddoppia.
Due settimane. La assaliamo di domande. Domande cretine, del tipo di quelle già fatte a suo tempo al povero Marco. E Danae risponde, col suo sorriso dolce, e i più ansiosi si tranquillizzano. Intanto Elisabetta, la maestra di teatro, ci scruta... Lei già pensa all'assegnazione delle parti, e ci guarda immaginandoci nei ruoli di Savigny piuttosto che di Plasson o Bartleboom, di Dira piuttosto che di Elisewin o Madame Deverià...
All'aeroporto di Hurghada c'è Marco che ci aspetta. Irriconoscibile, nero come un tizzo. Se non fosse per gli occhi chiari sembrerebbe un egiziano... Fuori dall'aeroporto ci investono un vento caldo e una luce fortissima. Già siamo lontano mille miglia dai problemi quotidiani.
La nostra nuova casa è una barca dall'aria confortevole, non lussuosa ma comoda. Ha un'aria familiare, sarà per la presenza di bambini. Quattro. Come nella locanda Almayer. Quattro bambini bellissimi. E come nella locanda Almayer, sono bambini diversi. Forse sono usciti dalla penna di Baricco, anche loro. Sorridono, non urlano. Qualche volta hanno fame o si fanno male, ma non fanno storie. Io che non sono una bambinofila me ne innamoro subito.
Non mi ricordo più quando l'ho saputo, forse era il pomeriggio, dopo il primo pranzo sulla barca.
Sarei stata Ann Deverià. Ero convinta che mi sarebbe toccato il coro. Non che il coro fosse poi tanto male; anzi, nel corso della settimana si sarebbe visto quanto tempo Elisabetta ha dedicato alla crescita del coro, e quanta trasformazione in quello che all'inizio sembrava una litania di chiesa venuta male (come ai funerali, quando in chiesa ci vanno anche quelli poco abituati alla messa, che si accodano alle risposte sempre in ritardo...; insomma uno schifo) e che in pochi giorni ha preso forza e forma, è diventato un'espressione intensa e emozionante. Insomma, il coro valeva la pena.
Ma all'inizio non lo sai. E quando a casa avevo letto il copione, il coro non mi aveva entusiasmato.
Perciò essere Ann Deverià mi è sembrata una bella notizia.
Finalmente si parte. Il mare ci aspetta. L'oceano mare. Il bagno di ieri nei pressi di Hurghada è stato mediocre, un modo come un altro per passare il tempo senza sudare in attesa che il Mamaluna fosse completo di rifornimenti. La cena di pesce al ristorante di Hurghada ottima. La notte molto calda.
Sono contenta di lasciare il molo del porto. C'è un qualcosa nei porti, in tutti i porti del mondo, di inquietante. Sei ancora troppo attaccato alla terra, il mare è perora solo una promessa.
Ma finalmente si parte. Il vento si fa più fresco. Il mare ci circonda. Il copione ci assorbe. Elisabetta ci risente, ci corregge, tira fuori magicamente il meglio di ognuno di noi. Sono i momenti più belli.
Anche chi non ha mai recitato ci prova, si lascia andare. Chi ha già esperienza migliora, trova il modo. E intanto si creano complicità, simpatie. Ci si conosce, ci si trova. Qualcuno ti piace di meno, è naturale in tutti i gruppi. Sembra impossibile che in cinque giorni _ cinque! _ si possa riuscire a mettere su uno spettacolo decente. Si possano imparare le parti, si trovino le intenzioni, i gesti. Abbiamo in programma di recitare il nostro Oceano Mare su un isolotto deserto, davanti alla cinepresa, il nostro pubblico silenzioso. Questo non è un aspetto da sottovalutare. La registrazione del nostro lavoro. E' un pubblico che oggi è fatto solo da quell'occhio elettronico, ma che
potenzialmente domani potrebbe essersi moltiplicato. Il video sul web, un clic... Mille occhi, come quelli del mare. E sento la vocina bellissima di Pablito (sei anni e mezzo, una meraviglia di
bambino) che recita in modo impeccabile la sua battuta: Ha tanti occhi lui! E' meraviglioso Pablito, composto nella sua camiciona bianca di taglio arabo, guarda il mare seduto sulla sabbia. E' Dood, il bambino sapiente che legge nei sogni e conosce gli occhi del mare. La sapienza del cuore.
La magia dell'isola deserta ci prende. L'isola è barriera corallina fossile. La sabbia è il suo esoscheletro sbriciolato. L'acqua è trasparente come quella dei depliant turistici. Lo spettacolo
riesce bene, o almeno a noi piace. Segue una bella cena alla luce del fuoco. I ragazzi dell'equipaggio sono stati bravissimi, hanno trasferito sulla spiaggia tutta l'attrezzatura per la cena.
Marco ha dato disposizioni precise. Non si atteggia mai a organizzatore, ma non lascia niente al caso. Tutto funziona alla meraviglia, c'è anche un dolcetto delizioso. La risacca è leggera,
impercettibile. Quasi una ninnananna. La luna sorge quasi rossa all'orizzonte. Magica. Dood dorme, sfinito. Anch'io sono molto stanca, perché ho cercato di dare il massimo e ho dormito pochino. Però sono felice. Domattina si replica, nel sole caldo del mattino.
Ancora un'emozione forte. Ancora un bagno. Poi l'inizio del ritorno, verso Hurghada.
Paola Bonazzi
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OCEANO MARE Racconto
Per sette giorni ho temuto che fosse solo un sogno. Ho temuto che all'improvviso sarebbe svanito come fanno i sogni, volando via dai miei occhi e dalla mia memoria, come succede quando ti svegli al mattino e non resta nulla di quell'altra vita che ti regala il sonno.
Ero arrivata lì da incosciente, fiduciosa solo del fatto che il teatro porta sempre qualcosa di bello. Ma del lato 'mare' non avevo voluto sapere niente, un po' perché volevo che tutto fosse una sorpresa, ma soprattutto perché temevo le mie paure.
Un seminario teatrale in crociera sul Mar Rosso.
Non so niente del Mar Rosso, se non che esistono pacchetti di gente e di agenzie che vanno a ripetizione a Sharm, e me li sono immaginati lì a fare vita da nababbi in alberghi di lusso. Niente di interessante per me, che non amo né il lusso della crociera, né quello dei mega-alberghi, né le avventure nel mare. Il mare. Il mare mi fa paura. Non so nuotare. O meglio, ho imparato a nuotare in piscina, e nuoto solo lì, e dove so di toccare il fondo. Insomma, a che serve?
Eppure parto. Gli amici mi dicono che farà un caldo insopportabile, che non ci sarà vento, che è da pazzi aver scelto una vacanza del genere. Stringo i denti, sopporto, vado avanti. Parto.
Volevo essere sorpresa? Ebbene lo sono: una passerella di quaranta centimetri per mettere i piedi sulla barca, e già faccio la mia figura di disadattata ancora prima di entrarci; niente scarpe sulla barca, alla faccia delle tre paia di scarpe che ho messo in valigia, più gli zoccoli alti che porto ai piedi, più quell'ultimo paio cercato per tutti i negozi dell'aeroporto, un paio di scarpe da barca o qualcosa del genere. Durante questa settimana non si attraccherà mai, saremo sempre in mezzo al mare. Non ci saranno negozi per comprare quello che puoi aver dimenticato. Non ci sarà terra ferma a rassicurarmi un po'. Il cellulare non prenderà quasi mai: meglio avvertire a casa, ci dicono. Mando un sms alle mie figlie che sembra un bollettino di guerra: Tutto bene. Non saremo raggiungibili. Avvertite le nonne. Vi voglio bene.
Non finisce qui. Niente carta nel water. Mai. Si intasa e poi sono guai. Attenzione al consumo di acqua: una doccia al giorno, e chiudere i rubinetti quando non è strettamente necessario che l'acqua scorra, cioè mentre ti insaponi e mentre ti strofini i denti.
Me ne sto in un cantuccio a sentire le raccomandazioni, mi sono chiusa a conchiglia come faccio sempre quando sono preoccupata. Non parlo. Mi sento presa in ostaggio. Chiedo solo se si può fumare, e per fortuna sì, si può fumare. E ringrazio il caso che mi ha fatto comprare una stecca di sigarette all'aeroporto.
Non parlo. E a chi mi vede così sospettosa, così immobile, e mi chiede cosa ho, rispondo semplicemente: Ho paura del mare.
Come se fosse normale scegliere una vacanza in barca avendo paura del mare. Perché non è mal di mare, è paura. Una di quelle paure che non sai da dove vengono, che non sai più da cosa siano state generate, e che tuttavia stanno là, ben radicate nella tua mente, forti e inespugnabili, irrazionali.
Sento di stare nel posto sbagliato. Qualcosa mi dice che vorrei andare via. Qualcosa mi dice Cosa mi sta succedendo? Mi chiedo come ho fatto ad arrivare fino a questo punto, come faccio a trovarmi proprio dove non vorrei, senza che nessuno mi abbia obbligato. Ma non me ne andrò.
Arriva Simone, l'ultimo passeggero a salire sulla barca. E' notte ormai, tutti sono andati a dormire. Io resto lì, nel punto della barca più vicino alla terra, e parlo, parlo, parlo con Simone, voglio ritardare al massimo il momento in cui mi addentrerò nella barca, mi chiuderò nella cabina, voglio arrivarci così stanca da non poter restare sveglia.
Al mattino sto meglio, so che ormai non posso fare più nulla, sorrido a tutti quelli che mi chiedono come sto. Sto bene, rispondo e intanto penso Speriamo bene.
Ci presentiamo tutti. Rosalinda, Ilaria e Ciro li ho conosciuti già all'aeroporto di Fiumicino, sono napoletani, così simpatici, così spiritosi che ti rendono la vita allegra anche in questi momenti in cui ti senti persa. E poi gli altri, uno ad uno mi dicono i loro nomi, a poco a poco comincio a conoscerli.
Comincia la vita in comune: nessuna intimità, ma anche nessuna indiscrezione. Ognuno fa quello che vuole, appena libero dalle prove e dagli insegnamenti della regista. Metteremo in scena Oceano Mare di Baricco, adattato dalla regista, Elisabetta. La regista è una donna bella, un'attrice, molto espressiva, of course, parla con tutto il corpo, mi sorprende il suo debutto: 'Quando si lavora non si commenta. Si fa quello che dico io. La mia idea è bella perché è la mia ed è la migliore perché io sono la regista'. Sembrerebbe presunzione, autoritarismo, e invece è assunzione di responsabilità. Lei è la regista e si impegna a farlo. Ammiro la sua sicurezza, ma soprattutto ammiro come tanta fermezza si accompagni benissimo alla dolcezza dei suoi occhi. E' bella, conosce il suo mestiere, ci farà lavorare con intelligenza, sprizza vita da ogni poro, da ogni gesto, da ogni sguardo.
E così lavoriamo: assegnate le parti, cominciamo a memorizzare e a ripetere, da soli o a piccoli gruppi, alternando il lavoro/gioco del teatro ai bagni, allo snorkeling, alle immersioni. E poi distesi all'ombra o al sole, ci incontriamo di volta in volta con alcuni di noi, ci raccontiamo pezzi di vita, racconti di amori spezzati, o sospesi, oppure le nostre letture, i nostri studi, i nostri viaggi. Sarà la magia del teatro, sarà la convivenza da barca, ma si stabilisce un'intimità di pensieri e di parole, una voglia di raccontarsi spontanea, libera, fluida.
Il mio orologio, comprato a una bancarella a cinque euro, smette di funzionare dopo il primo bagno e raggiunge così l'altra serie di oggetti eliminati dalla vita da barca: scarpe, computer, televisione, cellulare, occhiali da lettura.
Ho messo tre libri in valigia, ma non li leggerò. Sento di volermi abbandonare solo al ritmo lento del tempo, un tempo che non è più cadenzato da orari, appuntamenti, doveri, desideri. Sento che la mia mente si libera da tutto, cerco le inquietudini che la insidiano abitualmente e non le trovo più. Mi abbandono a questo mare che mi circonda e all'improvviso scopro che non mi fa più paura questa barca in mezzo al mare, lontana da un porto sicuro.
Eppure la paura riaffiora al primo ondeggiare violento della barca impegnata a tagliare le onde: sono distesa a prua con Rosalinda, le prendo la mano e lei mi distrae raccontandomi storie della sua vita, amori impossibili, e alterna le profondità dell'anima alle irresistibili battute in napoletano.
Rosalinda interpreta molto bene Madame Deveyrà, una donna malata di adulterio, trascinata dal marito davanti al mare per guarire: il mare assopisce le passioni, dice. E forse è quello che sta accadendo a me, anche senza essere ammalata di adulterio: il mare sta eliminando tutto ciò che è esagerato in me, le ansie, le preoccupazioni, le amarezze, le aspettative, ma anche l'esuberanza, il rigore, il senso del dovere. Tutto si placa. E intanto arriviamo a El Erg. Qui passeremo la notte. In mezzo al mare.
Primo bagno. Ho paura. Paura di nuotare in acque in cui non posso toccare il fondo. Mi spaventa quell'abisso sotto di me, temo di non saper nuotare, di non saper restare a galla se dovessi avere una crisi di panico. Più che il mare, temo me stessa forse. Ormai lo sanno tutti. E allora Zucchero, capitano in seconda, mi dà un giubbetto salvagente. Metto le pinne, la maschera, e scendo. Con la mia paura, che non mi abbandona. Nuoto fino al rif, che è vicinissimo. Poi abbasso la testa e guardo: una meraviglia. Una sorpresa. Un mondo nuovo. Una miriade di coralli, conchiglie e di pesci colorati, che mi circondano. Sembra un cartone animato. La forza della bellezza supera quella della paura. E mi godo il mare.
Scompare la paura di dormire in mezzo al mare, senza vista della terraferma. E dormo un sonno profondo, ristoratore.
La vita da barca mi piace: puoi stare solo in mezzo agli altri, o parlare e fare conoscenza. Lo spettacolo avanza, ogni attore comincia ad entrare nella sua parte, e ogni replica diventa sempre più profonda, si arricchisce di significati nuovi. Savigny sempre più possente, i cori che cominciano ad avere ritmo, l'Amen finale che si carica finalmente del suo potere orgiastico, Elisewin sempre più eterea eppure determinata, Ciro che diventa davvero Bartleboom, e Franco che non poteva essere che Plasson, con le sue intermittenze, le sue distrazioni, i suoi gridi, il suo perdersi in una pittura bianca, trasparente.
Elisabetta ha un piano preciso: prima la lettura del testo, poi le intenzioni, in seguito i movimenti, poi un lavoro più individuale, a piccoli gruppi, poi le correzioni, le dritte, gli avvertimenti. Le critiche e le gratificazioni, in un equilibrio perfetto.
Ma c'è un altro regista sulla barca: Marco. E' lui che ha avuto l'idea di organizzare tutto: il connubio tra crociera e teatro è dovuto a lui. Marco ha vissuto sette anni qui, in mezzo al Mar Rosso, è istruttore sub, è tornato in Italia richiamato dall'amore per i genitori e poi da quello per il figlio, Pablo, che è qui con noi sulla barca. L'amore gli ha tolto il mare, che è un pezzo della sua vita, ma gli ha dato un figlio meraviglioso e gli ha fatto scoprire il teatro, l'altra passione della sua vita, un'altra profondità che vale la pena di navigare. Il mare se lo porta negli occhi, verdi, profondi, lunghi. E nel modo di essere: forte e sensibile insieme. Non gli interessano i commenti, lui bada alla sostanza delle cose. Concreto. Essenziale. Onesto. Generoso. Ma non concede nulla ai vizi, alle lamentele, ai falsi problemi. Il mare se lo porta addosso, solo un costume per bagaglio, e poi il mare che lo ha temprato, nel corpo e nella mente, e il mare che lo ha scavato, preservandogli l'innocenza, la forza dei sentimenti, pezzi di verità.
E' lui che deve occuparsi di tutto, dell'equipaggio e di tutti noi, è lui che dosa gli ingredienti della vacanza, i tempi dei pasti, delle immersioni, della navigazione. E' un padre buono, attento e rigoroso, e non solo per Pablo.
E' di lui che mi fido. E' a lui che consegno le mie paure, e lui le disperde al vento.
Marco interpreta Thomas. Quando recitando dice Se dovessi tornare indietro, è qui che sceglierei di vivere: davanti al mare, mi vengono i brividi, mi commuovo, perché il personaggio e l'uomo si fondono in una cosa sola, e quella replica sembra dettata dalla sua mente, e non dall'autore.
Il terzo giorno mi dice, deciso: 'Domani ti porto sotto. Ti va?'. Ed io rispondo semplicemente Sì. Mi guardano tutti, increduli. Solo Marco ed io ci crediamo. E' bizzarro forse, ma immergermi mi spaventa meno che nuotare. Quando nuoto, ho paura di sprofondare, mentre dal profondo mi pare di poter solo risalire. E' poco razionale, lo so, manca di logica, ma c'è forse qualcosa di logico e razionale nelle nostre paure?
Quando arriviamo davanti all'isola di Gubal, ormeggiamo vicino al rif e proprio sopra a un relitto. E' lì che Marco mi prepara a scendere. Sara mi presta la sua muta. Metto le pinne. Sono tutti affacciati al piano superiore della barca ad assistere all'avvenimento. Mi guardano sorpresi, scattano le foto. Li sento tutti vicini. E mi sento in imbarazzo, con questo pubblico che mi incita. Ma cosa mi sta succedendo?, penso. Marco mi infila il giubbetto con le bombole solo quando sono già in acqua. Mi dà qualche indicazione fondamentale, come compensare e quali gesti fare per comunicare con lui. Al resto penserà lui. Mi tiene per mano. E a quella mano affido me stessa. Non ho paura di immergermi, ma ho paura di non saper fare quello che devo fare. Forse non so nuotare. Ma so respirare. Tre gravidanze, tre travagli, tre parti, mi hanno insegnato bene a respirare.
Scendiamo lentamente, e poi eccolo lì: il mare. Oceano mare, potente e meraviglioso sopra ogni meraviglia. Sembra di stare in mezzo a un documentario, i pesci hanno colori fosforescenti, mi pare di stare in un cartone di Disney. L'azzurro che mi circonda mi dà una sensazione di abbandono: qui davvero puoi dimenticare te stesso, diventare acqua nell'acqua, danzare, dimenticare tutto. Mi si riempiono gli occhi di meraviglia.
E' solo quando affiora il pensiero che forse non sto facendo tutto bene (So compensare? Sto osando troppo? Saprò risalire?) che chiedo di tornare indietro. Ma arrivati alla corda da cui risaliremo mi pento della richiesta. Voglio restare ancora, godermi lo spettacolo. La bellezza mi circonda, mi invade, mi culla.
Lentamente risaliamo. A pochi metri dalla superficie, vedo Franco che mi fotografa e altri che mi vengono incontro. Sono commossa, felice. Appena affioriamo fuori dall'acqua, la commozione è così grande che abbraccio Marco, lo bacio, lo abbraccio stretta. Grazie.
E tutti lì che mi aspettano, mi applaudono, sento l'affetto di tutti, e nella mia avventura il riscatto delle paure del mondo.
L'emozione è così forte che devo sdraiarmi sulle gambe di Danae, che mi accarezza piano, e restiamo in silenzio in attesa che l'intensità sfumi gradualmente, senza fretta, senza problemi.
I compagni di viaggio sono tutti mostruosamente intelligenti. Pare quasi che per iscriversi a questa vacanza si sia dovuta affrontare una selezione. Sono tutti trentenni. Solo Marco, Franco ed io, Elisabetta e il marito, Mimmo, abbiamo superato il mezzo di cammin di nostra vita. Il resto, trentenni intelligenti, doppie lauree, o laurea con lode, professionisti, single che non hanno scelto la vacanza da sballo o da acchiappo. Sono anni che ho imparato che la passione per il teatro seleziona le persone più belle, o che comunque attraversano una fase in cui si cerca qualcosa di più, di più profondo, di più autentico, di più vero. E anche questa volta trovo confermate le mie convinzioni.
Di ognuno ho ammirato qualcosa: la sensibilità di Valentina, che si commuove alla morte di Thérèse, la sua andatura lenta e aggraziata nello stendere i teli sulla spiaggia, con le sue lunghe braccia, le sue lunghe gambe; la dolcezza di Francesca, la sua discrezione, i suoi timori che avrei voluto aiutare a dissolvere, il suo modo di gridare, quasi in un soffio, Non ho paura, non ho paura, non ho paura; la giovinezza di Ilaria, grintosa e dolce, silenziosa e poi pronta a raccontarti episodi della sua vita, a coinvolgerti nelle sue domande senza risposta, la sua intelligenza riservata, le sue numerose letture, la sua voglia di combattere e di restare dritta e forte e onesta contro le meschinità e gli arrivismi che la circondano; le risate di Rosalinda, contagiose, il suo modo di essere napoletana doc, ironica, spiritosa, solare, e nello stesso tempo seria, nei rapporti umani come nel lavoro, romantica, generosa, comunicativa, rigorosa nei suoi giudizi e profondamente umana, inflessibile a volte, e poi materna, sorridente, pronta a confidarsi e ad ascoltarti raccontare, capace di passare dal dialetto più stretto, un napoletano denso, ricco, pieno di vita, ad una dizione quasi perfetta, pulita, un'altra donna, un altro universo da scoprire; la leggerezza napoletana di Ciro, un velo di tristezza negli occhi, un'umanità profonda, la prontezza dell'humour e poi la voglia e la capacità di cogliere l'essenza degli altri, il suo impegno nell'interpretare Bartleboom, il suo tenero amore di figlio, il suo dirmi serio: 'Te, non ti ho ancora inquadrata. Sei instabile', che prendo quasi come un complimento, mi piace pensare di non uscire dal groviglio delle mie contraddizioni, e di essere doppia, tripla, molteplice, incapace di rinunciare a un solo aspetto che abita in me; l'educazione di Simone, la sua bravura di attore, la sua disponibilità, l'equilibrio ammirevole, il piacere della conversazione, un certo modo comune di vedere il mondo, il suo netto rifiuto di dare giudizi, il suo citare sereno 'Nulla di umano che sia così lontano da me'; la sicurezza di Sara, la sua spigliatezza, la sua presenza forte, la forza della provocazione, attenuata subito dal suo negarsi così potente, così caparbia; la bellezza di Elisa, intelligente, equilibrata, elegante, la sua serenità, la sua capacità di soffiare in Elisewin, senza eccessi, la dolcezza, l'innocenza e la voglia di vivere; il senso materno di Danae, la sua prontezza nell'entrare nelle battute del coro, la sua sicurezza, il suo essere in sintonia con Sonia come fossero sorelle, o amiche da sempre; la bellezza statuaria di Sonia, la sua esperienza di sub, la forza del carattere, la disponibilità discreta; l'espressione intellettuale di Mimmo, capace di isolarsi in mezzo a tutti noi, capace di guardarci lavorare senza intervenire, senza giudicare, e poi compagno affettuoso di Elisabetta e attento operatore video del nostro spettacolo.
Possibile che fosse tutto così positivo? Tutto bello? Doveva pur esserci qualcosa che non andava.
No. Era tutto perfetto. O meglio, c'era sicuramente qualcosa da criticare, ognuno di noi ha i suoi difetti, le sue asprezze, le sue manie, ma nessuno ha esagerato, nessuno ha voluto fare il prim'attore, ognuno ha recitato la sua parte, con impegno, ma senza eccessi, senza manie di protagonismo. L'armonia ha governato suprema.
E poi l'equipaggio: tutti egiziani, dal capitano, Shahat, bello ed elegante, il signore del mare, sicuro ed affidabile anche lui, al fratello, Abu Omar, detto Zucchero, capitano in seconda, marinaio a tuttotondo, un po' selvaggio, un tutt'uno con la barca, il suo narghilè, il suo amo e i suoi sorrisi fuggenti; i marinai, di cui non conosco il nome, e che pure hanno fatto tanto per noi, nascosti, e poi spuntati fuori per cantare e danzare musiche arabe, tutto ritmo e cadenza, gioia di vivere, sorrisi e voglia di stare insieme; Moustafà, che mi toglie il giubbino quando rientro in barca, mi aiuta a togliere le pinne e la maschera, ed io mi sento una principessa sostenuta e aiutata anche nelle mansioni più semplici; il fratello di Moustafà, Yamhed, al bancone del bar, conosce il nome di tutti, ogni nostro desiderio è per lui un ordine, esegue ogni compito con dedizione e umiltà, apparecchia e sparecchia, porta in tavola ogni cosa che chiediamo. E' giovane Yamhed, lo vedo sempre sfaccendare in qualcosa, una mattina mi chiedo se non ha voglia anche lui di bagnarsi, di vedere la barriera, o se sta sempre qui, a servire e a pulire. Allora gli chiedo:
Yahmed, ma tu non vai mai a vedere il rif?
E lui mi dice candidamente: No, io non so nuotare.
Ma Yahmed, prendi il mio giubbino. Nemmeno io so nuotare.
Sì, forse.
Yahmed, devi andare. Devi andare.
Lui mi guarda e sorride. Capisco che non lo farà.
E il giorno dopo, invece, lo vedo sbracciarsi in mezzo al mare con il giubbino salvagente, insieme con gli altri marinai, che ora lo deridono ora lo sostengono, e lui è felice, si muove, si agita, si diverte, poi gli tolgono il giubbino e lui continua a dimenarsi, nuotando attaccato alla corda della barca. Il battesimo del mare.
Lo guardo soddisfatta, felice.
Ci sono dei bambini sulla barca: Pablo, il figlio di Marco, sette anni e due occhi neri, riccioli morbidi e un sorriso da concorso, l'innocenza dei suoi sette anni e la sapienza di cento anni. Sa un sacco di cose, i nomi dei pesci e dei luoghi, mi corregge, fa osservazioni che ti sembrano degne di un vecchio viaggiatore che ne ha viste tante. Ce lo mangiamo tutti con gli occhi, e qualche volta riusciamo a trattenerlo vicino a noi, ad accarezzarlo, a godere della sua compagnia. Ma lui cerca il suo papà, e il suo papà cerca lui, e insieme sono una coppia di tenerezza, non si sa bene se è Marco che protegge Pablo o il contrario, ma di sicuro sono l'immagine dell'amore perfetto, la dedizione e il rispetto, l'altruismo e il controllo.
Poi ci sono i figli di Shahat, Mondi e Karim, il primo sette anni e un fascio di energie, l'altro 15 anni e occhi neri profondissimi, più schivo, delicato, 'è bianco dentro' dice di lui il padre, e li bacia tutti e due teneramente. Quando partirà il primo gruppo per Milano, quello più numeroso, nel momento dei saluti, Karim piange sommessamente, in disparte, e i suoi singhiozzi ci commuovono ancora di più di quanto non lo siamo già.
Infine Omar, il piccolo figlio di Zucchero, un sorriso e una corsa, conosce le danze arabe, danza con me, sorride, gioca, si diverte.
Questi bambini sono buonissimi, in sette giorni non ho sentito un capriccio, un pianto, una lamentela, un urlo, sanno giocare e divertirsi con nulla, conoscono la vita del mare, non conoscono i vizi e le lagne, ed io penso ai nostri bambini delle spiagge da ombrellone, quelli che hanno mille giocattoli e sono sempre insoddisfatti, quelli che non ti lasciano riposare né leggere, quelli che hanno sempre qualcosa da recriminare e un padre e una madre che hanno sempre qualcosa da rimproverare.
Quanto c'è da imparare qui, in mezzo al mare!
Penso a Rimbaud, al suo poema straordinario Le bateau ivre, il battello ebbro, a quelle immagini e visioni del mare che ci ha regalato, alle sue albe strazianti, versi che ho letto tante volte, letti, analizzati, spiegati tante volte ai miei studenti e che solo ora intuisco, sento, vivo, nel profondo. Rimbaud il mare l'ha visto con la poesia, e poi con gli occhi, e quando lo ha vissuto in prima persona, ha smesso di scrivere. Perché il mare, forse, è una droga, che riesce ad annullare tutto il resto.
Tante altre immagini mi porto negli occhi: i delfini che guizzano davanti a noi, lo spettacolo di notte in una spiaggia deserta, suggestivo, gratificante, il barbecue sulla spiaggia e le nostre danze, la nostra gioia di vivere e di stare lì, le risate, i cori, l'invito di Marco e di Pablo a stare sulla punta della barca durante la navigazione, col mare davanti e intorno, infinito, le serate a guardare le stelle e a gridare Ohhhhh! ad ogni stella cadente, il percorso in gommone di notte con la paura di andare a sbattere sul rif , la tristezza di salutare quasi tutti e rimanere nella barca quasi deserta, le strade di Hurghada, la miseria, la strana sensazione di rimettersi le scarpe dopo sette giorni a piedi nudi, la sensazione di continuare ad ondeggiare anche sulla terraferma, lo sguardo fiero e soddisfatto di mio marito, Franco, dopo la mia prima immersione.
Franco: lui ha un rapporto complicato con le mie paure. E' un uomo d'acciaio, un medico, una roccia. La sua stima per me è così grande che non riesce a concepire che io possa avere paure insensate. E così finge che le mie paure non esistano e mi lascia in mezzo al mare, come dicono che fanno i marinai con i bambini che non sanno nuotare. Se solo sapesse che basterebbe starmi accanto e dirmi che c'è lui, che va tutto bene, che non accadrà nulla...
Ma questa è un'altra storia. Lui è la storia della mia vita.
Mi sono immersa una seconda volta, sono arrivata a 9 metri e 50, 12 minuti di passeggiata con Marco, mano nella mano, e Sonia che mi fotografava. Mi sembrava di poter danzare nell'acqua. Quando sono uscita, Sonia mi ha mostrato le foto e mi ha detto: 'Non permettere mai più a nessuno di dire che non sai nuotare.'
E ho capito che non devo permetterlo a me stessa, che sono io il limite delle mie paure, che il mare non ha nessuna intenzione di aggredirmi.
Tornata a casa ho scritto un sms a Marco:
Grazie per la fiducia che hai avuto in me. Grazie per avermi fatto scoprire la bellezza e la magia del mare. Grazie per avermi tenuto per mano. Emozioni e luci che non dimenticherò mai.
Sms di Marco:
Grazie a TE per la fiducia che hai avuto in me. L'abbraccio che mi hai dato dopo l'immersione e la gioia nei tuoi occhi, è il ricordo più bello di questa vacanza.
E' il 18 agosto 2009.
Non ho più paura del mare.
Vorrei poter fotografare le emozioni, le parole non bastano, vorrei avere buffi strumenti come quelli di Bartleboom, non per studiare dove finisce il mare, né dove inizia, ma per regalarvi la mia gioia, per ringraziarvi, per dirvi che vi voglio bene.
E ora... YALLA YALLA!
Anna Colaiacomo
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Oceano Mare sul Mama Luna
Di Simone Alessandria
'Posata sulla cornice ultima del mondo, a un passo dalla fine del mare'
L'aeroporto di Fiumicino è nel caos: gruppi di ragazzi, turisti che vagano smarriti, file ovunque, rumore fortissimo di voci in tutte le lingue, nomi urlati e bambini sgridati.
Sono arrivato in anticipo, nessun problema. Il mio volo Roma - Cairo è segnalato puntuale. Mi avvicino al banco dedicato al check-in, e dopo cinque minuti ottengo una verdissima carta d'imbarco. 'Il volo è previsto in orario?' chiedo all'apatica ed elegantissima signorina dietro al bancone, che, tranquillizzante mi risponde 'Si, certo.'
Il viaggio consiste in una settimana in barca, sul Mar Rosso, a guardare la barriera corallina e a mettere in scena Oceano Mare, di Baricco. Appena leggo la descrizione della vacanza me ne innamoro: fonde mare e teatro, e il testo è bellissimo.
Sono un po' preoccupato per la puntualità perché per risparmiare sul volo (ben 300 euro rispetto al volo diretto) ho prenotato due tratte con due diverse linee aeree: la nostra amata compagnia di bandiera fino al Cairo, e Egyptair dal Cairo a Hurghada. Tempo della coincidenza: due ore abbondanti. Se non ci sono intoppi, piuttosto comodo. Sono anche piuttosto fiero di me per questo gradito risparmio: penso segretamente ridacchiando agli altri compagni di viaggio che hanno speso il doppio.Ma si sa, la legge di Murphy è sempre in agguato, e come sempre, se qualcosa può andare storto, lo fa. Il microfono, impietoso ed asettico dichiara: 'Il volo per il Cairo è ritardato di 2 ore e mezzo a causa della sostutuzione dell'aereo per un problema tecnico'.
Per farla breve, giro come una trottola impazzita a Fiumicino per cercare inutilmente di fare qualcosa, arrivo al Cairo, riesco a cambiare il volo per Hurghada (il prezzo è un'attesa di quasi 5 ore) e arrivo all'una meno un quarto di notte.
Marco , inventore del viaggio e guida mi aspetta un po' stravolto, accasciato per terra fuori dall'aeroporto.Mi accompagna in barca , mi illustra le regole per la navigazione e si dichiara preoccupato degli altri compagni di viaggio: 'C'è una che è arrivata coi tacchi, un'altra che si sente male già in porto e una che vuole andare in città tutte le sere. Speriamo bene...'
Speriamo bene davvero. Un inizio faticoso.
'Le navi. Le navi sono gli occhi del mare'
Alla fine, all'una di notte, arrivo in barca. Ovviamente sono l'ultimo.
Il primo impatto è con una passerella larga trenta centimetri, lunga circa tre metri, e piuttosto ripida.
Scaccio rapidamente il fumetto che mi vede fare il primo tuffo direttamente nel porto, con vestito e
bagaglio, mi faccio coraggio e scendo senza intoppi.
La barca è di aspetto modesto, ma sembra relativamente spaziosa. Vengo accolto da alcuni volti sorridenti, e sono sorpreso e contento che ci sia qualcuno ad aspettarmi. Mi presento, vedo i primi sguardi, e mi piacciono, anche se dimentico subito tutti i nomi.
Tutti, eccetto due: quello dell'insegnante, Elisabetta, che si affaccia sul ponte, mi guarda attentissima, si presenta col modo di fare energico del milanese che non ha tempo da perdere, mi saluta e mi stringe la mano col modo di fare energico del milanese che non ha tempo da perdere, e subito se ne va, col modo di fare...
...e quello di Anna, signora tanto elegante quanto spaventata, che fuma come una piccola ciminiera sigarette una dietro l'altra. Mi dichiara candidamente che non ha voglia di entrare in cabina. Anch'io non ho una gran voglia di andare a dormire, e così parliamo facilmente di tutto: dalla barca e il viaggio, a quello che ci siamo lasciati alle spalle. L'effetto curativo della barca funziona subito: qui le cose hanno un ritmo diverso, più fluido, un po' come il continuo ondeggiare, che va lento, non si misura, e non si ferma mai.
La cabina contiene due letti a castello, un piccolo armadio e circa venti centimetri quadrati per circolare,aprire la porta, salire e scendere dal letto, posare i bagagli. Comunque, il letto c'è. Ed è pulito. Ciro, con cui divido la cabina, decide di dormire sul ponte. Poso la testa sul cuscino ed è subito buio.
'Non passeggiate, non scrivete, non fate quadri, non parlate, non fate domande. '
E poi di nuovo luce. E' mattino, e sento delle voci e dei rumori. Mi ricordo di chi sono e dove sono, e lentamente sorgo. Salgo nella sala comune, che sarà usata per quasi tutti i pasti, tra cui la colazione del primo giorno. Tra un nescafè, una crèpe con del formaggio e una fetta di melone io e i miei compagni di viaggio riusciamo a interloquire in modo piuttosto civile.
Dopo colazione si salpa.
Durante la navigazione si legge, si ascolta musica, si contempla la bellezza , si dorme o si fa finta, si prende il sole, si pensa, si canta, si parla di cose serie e meno serie, si parla male di Berlusconi, si fanno i massaggi (Danae è bravissima!), si sta in gruppo, in due o da soli.
La prima tappa apparentemente è un'enorme macchia marroncina che mi dicono essere la barriera corallina. Dalla nave francamente dice poco, ma è il momento del bagno!
'Osanna e Gloria a te, Oceano Mare, Meraviglioso sopra ogni meraviglia'.
Mi tuffo e nuoto nella direzione che mi hanno indicato. La visione è improvvisa, disarmante, di una bellezza prepotente. Barriera corallina, pesci. Ma è come se Dio al momento della creazione avesse bevuto un po' troppo, e impazzito di creatività si fosse divertito a buttare i Suoi colori su vegetazione e esseri viventi. Pesci con i colori dell'arcobaleno, gialli fluorescenti, arancioni, blu. E lo stesso per il corallo e le piante: di tutte le forme, di tutti i colori, di tutte le dimensioni.
Non avevo mai creduto che ci si potesse commuovere per un paesaggio sotto il mare. E' una rivelazione violenta, fortissima. Rimango rapito nella visione per ore. E mi accorgo che quando mangiano i pesci fanno rumore. RUMORE, sotto il mare, lo stesso che facciamo quando mangiamo un cracker; e che esistono i pesci pietra: sono cicciotti, e se non si muovono non si distinguono dalla roccia; che le razze qui sono a pois celesti; che ci sono dei pesciolini azzurri che vanno a branchi di migliaia, e quando muovi le mani loro cambiano direzione, tutti insieme. E allora via! Mi sento un direttore d'orchestra, prima con una mano sola,poi con due, e i pesci vanno in tutte le direzioni, e rido e mi entra l'acqua dentro la maschera, e rido ancoradi più.
'La prima cosa è il mio nome'
Di solito la mattina è dedicata al teatro. Il copione l'ho letto e non ho dubbi: il personaggio che vorrei interpretare è Savigny, o 'il Bastardo' come viene immediatamente soprannominato. Ricordo perfettamente il momento in cui ho letto il pezzo di Savigny per la prima volta dal libro, mentre facevo colazione a casa. Non riuscivo a leggerlo a bassa voce: mi alzavo, mi esaltavo, e lo interpretavo. Anche la riduzione del copione mi piace moltissimo: simmetrica, lucida e delirante, profondamente umana.
Così la mattina, quando Elisabetta assegna le parti, mi fa leggere un quarto di riga, e mi dice, definitiva come al solito: 'Basta così! Fai Savigny' sono felice: dopo un anno a fare personaggi comici o buoni o perdenti, un bastardo è quello che mi serve. Le indicazioni di Elisabetta sono talvolta distanti dal mio modo di vedere il personaggio, ma mi permettono di cogliere degli aspetti nuovi, e di sfogare e urlare tutto quanto.
Di fronte alla bellezza e alla grandiosità del mare e del cielo, cullati dalle onde e rinfrescati dal vento (qualche volta fin troppo...) cominciamo a studiare il testo e a provare.
Le sorprese sono tante: la più forte mi capita mentre faccio una pausa dallo studio della memoria: nella sala da pranzo ci sono il piccolo Pablo-Dood, Franco-Plasson e Ciro-Bartleboom, che provano la loro parte. Prendo una coca cola e mi fermo a guardare.
[...]'Le navi cosa?'
'Le navi, sono gli occhi del mare'
'Ma se ce ne sono centinaia!'
'Non vorrete che abbia solo due occhi il mare!'
'E le tempeste, i naufragi?'
'Ma voi, voi, non chi chiudete mai gli occhi?'
La potenza del testo, la semplicità e la verità del dialogo e degli attori mi arriva violentissima. E' improvviso e inaspettato.
Ringrazio la mia buona stella, per avermi fatto prendere passare di li in quel momento; e per avermi dato ancora volta una bella lezione di umiltà: un bambino di sette anni che con la sua semplicità riesce a comunicare così tanto, così bene.
Di bei momenti ce ne sono tanti altri, talmente tanti che non posso citarli tutti. Quelli che mi rimangono scolpiti nella memoria sono il mitico Plasson che urla al mondo intero 'SONO STUFO DELLA PORNOGRAFIA', la meravigliosa Francesca-Thérèse che non ha paura, non ha paura, non ha paura; Thomas che se potesse tornare indietro sceglierebbe di vivere davanti al mare: lo schiaffo improvviso che mi dà Valentina in un impeto di rabbia per aver ucciso Thérèse (tecnicamente lo da a Savigny, ma in quel momento non riesco troppo ad apprezzare la differenza, e neanche la mia guancia!); l'eterea Elisa-Elisewin che vuole la vita; i mitici rotoli con Rosalinda-Deveira (sono molto più belli di quelli di Thomas!); il coro di Anna, Danae e Sara, che si esalta, canta e urla e suona il ritmo e la musica della preghiera di Savigny.
Tutto scorre, e dopo ogni mattino arriva la sera.
'Ma voi, voi, non li chiudete mai gli occhi?'
Chiudere gli occhi proprio non si può, di fronte allo spettacolo del cielo notturno d'Agosto dal Mama Luna.
Sulla prua della barca c'è sempre qualcuno a contemplare l'ennesimo regalo che ci viene elargito. Si vedono le costellazioni, le galassie e le stelle cadenti. Alcune attraversano tutto il cielo, ed ognuna di loro viene sottolineata da un coro di 'AAAAAAAAAAAHHHHHHHHH'. Si crea anche una competizione per chi ne vede di più.
Ogni tanto avvistiamo anche qualche UFO.
E' qui, nel silenzio della luce delle stelle e della luna che mi viene più facile parlare e ascoltare. Non c'è bisogno di grandi parole per capire, alle volte basta un respiro. E quello che capisco mi piace, molto.
'Il mare era tutto.'
Un giorno, dopo pranzo si sente urlare 'Dolphin! Dolphin!'
La decisione è presto presa: si prende il canotto (è così che viene soprannominato il potente gommone del Mama Luna), e si corre verso i delfini.
'Eccoli!' a destra, 'Eccoli!' a sinistra, 'Eccoli!' dietro, 'Eccoli!' di nuovo a sinistra.
Quando sembra che dobbiamo rinunciare e ci scambiamo uno sguardo sconsolato con Valentina, eccoli davvero.
Ci tuffiamo. Si fermano in cinque o sei a giocare con noi. Uno di loro mi passa lentamente sotto i piedi, mi guarda un po' storto con un occhio solo, fa il giro e ripassa, e mi guarda con l'altro occhio.
Io lo riguardo con tutti e due, completamente sbarrati e lucidi dietro la maschera e credo che sia uno spettacolo piuttosto ridicolo, dal punto di vista del delfino.
Il delfino. Non lo scorderò mai.
'E una rivelazione'
Arriva il momento dello spettacolo. Conquistiamo l'isola col gommone. Il nostro sfondo è la luce del fuoco, il canto del mare ed il cielo. Elisabetta suona sapientemente i suoi strumenti. Gesticola, fa tanti cenni, spesso annuisce, contenta; qualche volta si sbraccia a dare indicazioni, e quando non vengono recepite usa anche la sabbia.
Noi, gli strumenti, giochiamo, ci divertiamo, ci sporchiamo come (e con) bambini con un nuovo giocattolo.Non importa se il nostro pubblico è la roccia, il fuoco, il cielo, e un equipaggio che non capisce una parola d'italiano (né d'inglese, se è per questo): lo spettacolo è per noi, e per il mare.
Alla fine rimangono l'allegria, i balli scomposti, le canzoni che si somigliano al punto che sembra tutta un'unica lunghissima canzone, il bagno al buio, e la voglia che non finisca mai.
'C'era lui nei morti che morivano'
Non è mai tutto perfetto. Neanche sul Mama Luna. E su di noi incombe inesorabile la maledizione di Montezuma. Montezuma non perdona. Prima o poi colpisce. E allora il mal di stomaco, le corse in bagno, i sorrisi imbarazzati, la puzza insopportabile nei bagni e la speranza che quello prima di me al bagno non sia statocolpito.
Alla fine della vacanza dico trionfante quello che non si deve mai dire: 'Eh eh, quest'anno Montezuma mi ha risparmiato'.
E invece il viaggio di ritorno è un inferno.
'Gloria, Gloria, Gloria'
Per motivi di sintesi nel diario non ho citato tutti i compagni di questa avventura, e ho scelto di omettere alcuni momenti che custodisco nella memoria e nel cuore. Ma a tutti, senza eccezione, sono profondamente grato per la strana alchimia che si è creata, fatta di rispetto, comprensione e generosità.
In particolare voglio ringraziare Elisabetta per la dolcezza che non riesci a nascondere per più di cinque minuti, per aver creato un testo fantastico e per aver guidato questo strano gruppo fino all'isola;
Anna per il coraggio, la sincerità, la voglia di giocare e la splendida accoglienza sulla barca. E per il tuo meraviglioso racconto;
Elisa per le chiacchiere sotto le stelle, per non avermi svegliato quella mattina, per le grandi nuotate a contemplare la meraviglia, per aver tentato senza troppo successo di convertirmi alle pinne;
Valentina, perché certe volte c'era troppo rumore e ci siamo capiti al volo, per il pesce martello con la gamba in bocca, e per quello sguardo dopo i delfini;
Francesca per la tua umiltà e generosità, per essere stata sempre presente anche nei momenti complicati, e per aver raccontato tante cose e taciuto altre;
Danae per i massaggi, il buon vino e le sue regioni, per carne carne carne, per la simpatia contagiosa, per il boccaio e le trattative per la maschera;
Sonia per essere la maestra di sub più paziente del mondo, e avermi fatto capire quanto è meraviglioso stare sott'acqua
Ciro per avermi obbligato a provare il boccaio, per avermi lasciato la suite tutte le notti, e per l'entusiasmo delle piccole cose;
Rosalinda per i rotoli, per avermi fatto scappare quando parlavi d'amore, per le battute esilaranti;
Sara per quel divertente momento sul tetto della barca, in cui una volta veniva bene, una malissimo, ma alla fine è andata, per il piglio e l'entusiasmo in tutto;
Ilaria per la tua curiosità, perché ti sei buttata e perché ancora riesci a scandalizzarti del mondo che ti circonda, per la cazzimm'; ah, e per avermi prestato quei dieci euro che ancora ti devo...
Franco, per aver capito e condiviso quella fantastica idea imprenditoriale, per esserti stancato della
pornografia, per avermi avvisato che il succo di mango poteva essere pericoloso (ma io non ti ho
ascoltato...)
Mimmo per aver subito silenziosamente tutte le prove, per le idee rivoluzionarie e perché Coelho non vale niente;
Marco, per aver reso possibile tutto questo, per essere stato molto più di una guida, per il caffè espresso, per aver trovato l'IPOD, per aver saputo creare un clima stupendo. Solo peccato per i rotoli... magari farai meglio l'anno prossimo;
Pablo, per avermi fatto giocare, per avermi fatto ridere facendoti il solletico, e per il posto di ospite che mi hai promesso quando andrete in barca con papà;
Infine sono grato al povero Ahmed, che ha lavorato tutto il tempo, che non capiva una parola di nessuna lingua e che una mattina mi ha chiamato 'Simone my love'; a Zucchero, lui si che faceva parte del mobilio, insieme al suo narghilè, e al resto dell'equipaggio, presente, discreto e premuroso in tutto.